Nessuno mette petrolio nel carrello della spesa. Eppure un chilo di mele, prima di finire in un banco frigo, ha consumato gasolio almeno quattro volte: nel trattore che ha lavorato il campo, nel generatore o nella cella frigorifera dell’azienda, nel camion che l’ha portata alla piattaforma logistica e in quello che l’ha portata al punto vendita. A queste si aggiungono i fertilizzanti azotati, prodotti a partire da gas naturale, e gli imballaggi in plastica, derivati anch’essi dagli idrocarburi.
È il motivo per cui, quando il barile si muove, il conto arriva anche a chi non guida.
Il 10 settembre 2026 il prezzo del petrolio ha superato i 102 dollari per il Brent, il greggio di riferimento europeo, dopo l’escalation militare fra Stati Uniti e Iran e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz. Il gasolio self service sulla rete ordinaria italiana ha toccato 2,184 euro al litro, la benzina 2,077, ai massimi dal 2022.
Perché il diesel colpisce l’agricoltura più della benzina
L’agricoltura e la logistica sono settori a diesel. Non per abitudine, per meccanica: i motori ad accensione spontanea offrono coppia ai bassi regimi e consumi contenuti sulle lunghe percorrenze, caratteristiche insostituibili per un trattore o un semirimorchio.
Questo espone il comparto a un’anomalia in corso, cioè il gasolio stabilmente più caro della benzina, condizione opposta a quella prevalsa per decenni. La ragione non è fiscale ma logistica: la rotta del Golfo pesa in modo particolare sui distillati medi, gasolio e carburante per aerei. I carichi in uscita dalla regione sono scesi da venti a poco più di dodici milioni di barili al giorno, e quando quel corridoio si stringe è il diesel a rincarare per primo.
Secondo i calcoli dell’ANSA, fra l’agosto 2025 e l’agosto 2026 un pieno di gasolio è arrivato a costare oltre 25 euro in più. Su una flotta di quattro mezzi che fanno rifornimento due volte a settimana, sono migliaia di euro l’anno che nessun listino agricolo assorbe automaticamente.
Il problema delle proroghe di dieci giorni
Il governo è intervenuto sul gasolio con un taglio dell’accisa di circa 17 centesimi al litro, comprensivo dell’effetto IVA. Il decreto legge 153 del 26 agosto lo ha fissato dal 27 agosto al 5 settembre; poi è arrivata una proroga fino al 10 settembre. Senza quello sconto, il diesel sarebbe già a 2,346 euro al litro, oltre il record storico assoluto di 2,229 euro registrato il 17 marzo 2022.
Il costo per lo Stato è stimato attorno ai 10 milioni di euro al giorno, per un totale fra i 2 e i 2,5 miliardi dall’inizio della crisi. Sul tavolo ci sono ipotesi di misure più selettive: aiuti mirati all’autotrasporto e un bonus carburante erogabile dalle aziende ai dipendenti come fringe benefit, sul modello del 2022.
Per un’impresa agricola o di trasporto il problema, però, non è solo l’entità dello sconto. È l’orizzonte. Un contratto di fornitura, un preventivo di trasporto o un piano colturale si costruiscono su mesi, non su decadi. Un vantaggio fiscale che scade fra otto giorni non entra in nessun business plan: entra solo nell’ansia di chi deve firmare.
Il ritardo con cui arriva sugli scaffali
La trasmissione dal carburante al prezzo finale del cibo non è immediata e non è simmetrica. In media servono settimane, a volte mesi, perché un rincaro del gasolio si scarichi sui listini, perché i contratti di trasporto hanno durata pluriennale e le grandi catene distributive negoziano condizioni fisse per periodi lunghi.
Il rovescio della medaglia è che, quando il barile scende, i prezzi al consumo scendono ancora più lentamente. Lo squilibrio è noto agli economisti come effetto “razzo e piuma”: i prezzi salgono come un razzo e scendono come una piuma.
L’inflazione annua rilevata dall’Istat ad agosto 2026 era al 3,3%, con energia e carburanti fra i principali motori del caro vita. La componente alimentare tende a seguire con qualche mese di sfasamento: è la ragione per cui l’effetto di questa estate si vedrà pienamente nel carrello verso l’inverno.
Quanto può durare
Gli scenari dipendono da una sola variabile, la durata del blocco nel Golfo. L’Agenzia internazionale dell’energia, che ha definito la crisi il più grande shock dell’offerta nella storia del mercato petrolifero, prevede per il 2026 un calo dei consumi mondiali di 1,6 milioni di barili al giorno: la prima contrazione dai mesi della pandemia, effetto diretto dei prezzi elevati. L’OPEC continua invece a prevedere una crescita, con una divergenza fra le due stime di circa 2,2 milioni di barili quotidiani.
In caso di riapertura negoziata, il premio di rischio incorporato nelle quotazioni si sgonfierebbe rapidamente. In caso di blocco prolungato, l’analisi più citata, quella di Wood Mackenzie, ipotizza un Brent a 200 dollari entro fine anno e diesel verso i 300 dollari al barile nei principali hub di raffinazione.
Per un territorio agricolo la differenza fra i due scenari non è un numero su un grafico. È la sostenibilità di una campagna di raccolta.
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