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Economia e lavoro | 26 gennaio 2022, 11:25

Un 2021 da "scuola guida" per artigianato e micro imprese del Piemonte: si oscilla tra accelerazione e frenata

La ricerca di Cna mette in luce numeri positivi, soprattutto nella prima metà dell'anno. Ma le incertezze attuali rendono meno evidente la crescita. Restano zone d'ombra su formazione e innovazione dei "piccoli"

artigiano al lavoro sul legno

Il mondo dell'artigianato ha chiuso un 2021 positivo, ma le incertezze raffreddano la fiducia

Ripresa accelerata, innovazione moderata. Si muove tra questi due estremi la ricerca con cui Cna Piemonte ha voluto fare il punto con il lavoro di Daniele Marini, responsabile scientifico del progetto Monitor Piccole Imprese di CNA Piemonte e docente di sociologia dei processi economici all'Università di Padova, oltre a essere direttore scientifico di ricerca e analisi di Community.

Rimbalzo, ma anche rallentamento: "Timori per l'automotive"

"Si tratta di situazioni che tocchiamo con mano quotidianamente - dice Bruno Scanferla, presidente regionale Cna Piemonte -, ma è importante anche la chiave prospettica della situazione per il nostro settore". "Bisogna porre grande attenzione alla programmazione delle risorse pubbliche - prosegue - evitando facili annunci di ripresa: gli effetti della pandemia si faranno ancora sentire, anche se oggi il Covid dovesse allentare la presa. La maggiore preoccupazione riguarda il destino dell'automotive e dei motori endotermici, con i limiti temporali fissati dall'Europa per il 2035".

"I numeri dimostrano come la narrazione di questi tempi non è affatto estemporane - aggiunge Delio Zanzottera, segretario regionale di Cna Piemonte -: discutere di ripartenza, sostenibilità e responsabilità sociale è di estrema attualità anche nel settore dell'artigianato e della micro impresa. Tra le parole guida compaiono Rimbalzo, come ci dicono i numeri dei mesi passati, ma siamo anche di fronte a un rischio Rallentamento: la situazione contingente sta facendo lentamente mutare condizioni in maniera inattesa, dal rincaro delle materie prime alle difficoltà nel trovare forza lavoro, fino all'aumento vertiginoso del costo dell'energia. Aumenta l'inflazione, ma calano anche i consumi".

Altri problemi riguardano alcune tendenze: "Si investe poco nella formazione e si preferisce il passaparola, nel reperire personale. Inoltre, per la digitalizzazione, si scelgono competenze di base e poca specializzazione", conclude Zanzottera.

La cassa per affrontare la crisi, non i licenziamenti

Un'impresa su due ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali per fronteggiare la crisi, tra le piccole imprese artigiane del Piemonte. Ma in un 40% dei casi si sono anche utilizzati ferie e permessi. I licenziamenti non sono sono andati oltre il 5%, "per la grande attenzione delle aziende al capitale umano", sottolinea Marini.
Quello dell'aumento del costo delle materie prime, peraltro, è un dato che per 4 imprese su 5 era già presente nella prima metà del 2021. Positivo invece il fatto del fatturato (75,5% stabile o aumentato), così come le vendite all'estero (74,6%). Anche l'occupazione ha tenuto per oltre l'80%. Restano tuttavia contenuti i rapporti con i mercati esteri: dal 2018 a oggi, infatti, la situazione non è molto cambiata e su questo dato incide ovviamente la dimensione (soprattutto chi ha più di 30 dipendenti) e il settore (manifatturiero più che edilizia e terziario).

Il tasto dolente degli investimenti (e dell'innovazione)

Ma se il primo semestre è stato quello del rimbalzo e del recupero, anche le previsioni di chiusura per il 2021 sono improntate alla stabilità rispetto ai primi sei mesi dell'anno. E non mancano quelli che prevedevano addirittura una crescita significativa. Solo gli investimenti restano un tasto vagamente dolente, anche se il segno negativo è meno pronunciato rispetto agli anni precedenti. A pesare, in questo caso, la contrazione dei margini, che lascia poche risorse da mettere sul tavolo.
Chi non ha fatto innovazione, rispetto al 2018, cala dal 43 al 34%, ma resta comunque un terzo del campione di imprese. E se un po' di spinta c'è stata, altrettanto non si può dire per il "livello" di investimenti: le risorse impiegate infatti sono meno che in passato. Quasi la metà di chi ha speso, non è andato oltre i 5mila euro. E si tratta di risorse "proprie", senza cioè rivolgersi al mondo del credito o agli strumenti a disposizione come Industria 4.0, i voucher o altre modalità. Ecco perché, alla riduzione del margine, anche l'investimento in innovazione ne esce con le ossa rotte. "Bisogna orientare le imprese nella conoscenza e nella fonte di finanziamento", spiega il responsabile dell'indagine.

App, archivio in cloud e software gestionali sono ormai molto diffusi. Ma mancano le risorse "specialistiche": dai robot collaborativi alle stampanti in 3D. Aumenta dunque l'impronta digitale dell'innovazione (dal 21.5% del 2018 al 46,8% attuale), ma lo zoccolo duro di chi è refrattario è forte, aumentando la polarizzazione tra chi è propenso all'innovazione e chi resta fermo. 

Mettersi insieme per affrontare il futuro

Tra le strategie per il futuro, sono meno di un terzo le aziende che pensano di poter proseguire da sole e si sta facendo prepotentemente strada la sensibilità riferita alla sosteniblilità e alla responsabilità sociale. Un'impresa su due dichiara continui passi avanti in questa dimensione "etica" del fare business, ma resta un 30% di "indecisi". Minoritaria la quota di chi non si interessa in alcuna maniera al tema.
Scarsa, invece, la conoscenza dei contenuti del Pnrr (solo il 21% dice di essere competente): "Serve un booster tra gli associati, da questo punto di vista", dice ancora Marini.

Il nodo della formazione: vince ancora il passaparola (anche social)

Decisamente debole anche il fronte della formazione: la quota di imprese micro o artigiane che sono andate oltre le attività obbligatorie è inferiore alla media italiana, anche se non di molto (19,7% contro il 27,7%).Le difficoltà? Soprattutto la "logistica", cioè dove fare attività di formazione. Quindi la capacità di individuare una formazione "adeguata" (capire i propri fabbisogni come impresa), quindi la capacità di progettare l'attività formativa e di quantificare le sue ricadute.Non stupisce, dunque, che quasi un'assunzione su tre (32%) arriva col passaparola o coinvolgendo i dipendenti (quasi 15%). Solo il 13,8% si rivolge alle agenzie lavoro. Emerge poi una tendenza - ancora ridotta - di disintermediazione della ricerca del personale: il 5,5% utilizza i social e qualche punto percentuale va a caccia di curriculum online.Abilità cognitive, competenze relazionali e abilità tecniche saranno secondo le aziende il mix per soddisfare i fabbisogni professionali di domani. Sono i famosi "soft" skill rispetto alla sola "capacità" di fare le cose.

Massimiliano Sciullo

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