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Attualità | 09 gennaio 2021, 11:45

Speranze e inquietudini dietro le porte chiuse dei rifugi alpini pinerolesi

Alle restrizioni legate al contagio si è aggiunto il rischio valanghe, così i rifugi alpini hanno scelo di rimanere chiusi anche nei giorni in cui avrebbero potuto riaprire. Intanto pesano le incognite sulla prossima stagione estiva

Il Rifugio Selleries in Val Chisone

Il Rifugio Selleries

“Continuano a chiamare per sapere se siamo aperti... questa è la bombola d’ossigeno a cui ci attacchiamo per immaginare che quando riapriremo le persone arriveranno” Massimo Manavella, gestore del Selleries in Val Chisone, a 2.023 m s.l.m., spiega così il vissuto dei rifugisti in questi giorni in cui le loro strutture sono rimaste chiuse al pubblico, in quanto assimilate a ristoranti e alberghi per quanto riguarda le disposizioni contro il contagio. Il 7 e l’8 gennaio avrebbe potuto riaprire le porte della sua struttura agli escursionisti invernali, ma ha deciso di non farlo perché a causa delle recenti nevicate il rischio valanghe è alto. Così mette in guardia chiunque telefoni: “C’è tanta neve: qui è rischioso. Ma fate attenzione ovunque pensiate di andare”.

Roby Boulard, gestore del rifugio Willy Jervis a 1.732 m s.l.m., in Val Pellice, ha fatto la stessa scelta: “Il rischio valanghe è molto alto: io e i miei figli siamo appena rimasti bloccati 7 giorni in rifugio”. La struttura tiene quindi le porte chiuse anche se la famiglia continua a presidiarla: “È una scelta etica: nessuno ci obbliga infatti a rimanere – spiega Boulard –. Tuttavia noi vogliamo continuare a presidiare il territorio anche se solo come punto di chiamata per i soccorsi”.

La combinazione del rischio di contagio con quello delle valanghe rende pesante l’incognita sui prossimi giorni: “Possiamo ripartire lunedì auspica Manavella – ma con la prospettiva di chiudere nel fine settimana. Per questo motivo i rifugi soliti lavorare esclusivamente nel weekend dovranno ripensare la loro organizzazione”. Al Jervis si punta invece al 16 gennaio, quando è in programma il loro primo stage di arrampicata su ghiaccio della stagione: “Ovviamente sarà duro il futuro non potendo contare sul sabato e la domenica ma sono sicuro che quando potremo riaprire, e partire con gli stage sospesi lo scorso anno, la gente arriverà”.

Intanto Giacomo Benedetti, presidente commissione centrale rifugi e opere alpine del Cai, guarda già alla prossima stagione turistica estiva: “In inverno molte strutture sono chiuse ma il vero problema si ripresenterà con l’apertura estiva. Per questo dobbiamo iniziare a preparaci fin da ora”. Questa estate, infatti, il flusso di turismo in montagna è stato notevole ma ciò non ha significato un aumento del fatturato e un’altra stagione analoga metterebbe in ginocchio molti: “La contingentazione dei posti letto e di quelli a tavola non ha permesso di lavorare a pieno regime e l’asporto non ha compensato la perdita di fatturato che crediamo si attesti tra il 40 e il 50% per le strutture che sono state corrette nel seguire la normativa” spiega Benedetti. Le incognite vengono alimentate anche dall’incertezza dei ristori, tema su cui si è espressa recentemente l’Uncem: “I rifugi sembrano esclusi dai ristori stanziati con il cosiddetto decreto Natale per una questione di codici Ateco – sottolinea –, anche se diverse strutture hanno avuto accesso ai ristori precedenti”. Sul tema della carenza di sostegno, Manavella, che è anche consigliere del coordinamento nazionale delle associazioni di rifugisti, invita la sua categoria professionale a una maggiore chiarezza: “Spesso non rientriamo in tali interventi a causa della nostra scarsa visibilità di cui siamo in parte responsabili: siamo una categoria numericamente piccola ma al tempo stesso latitiamo ai tavoli di confronto e, a livello nazionale, non sappiamo con chiarezza nemmeno la consistenza numerica delle nostre attività e dei nostri posti letto”.

Elisa Rollino

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