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Politica | 23 aprile 2020, 19:40

La versione di Icardi: "Nessun 'pasticcio piemontese', la nostra sanità spolpata da quindici anni di tagli" (INTERVISTA)

Dai tamponi alle case di riposo, dai dispositivi di protezione ai numeri del contagio: l’assessore regionale respinge al mittente le accuse sulla gestione dell’emergenza. "Il Piemonte deve essere orgoglioso di quanto fatto"

Luigi Genesio Icardi, assessore regionale alla Sanità

Luigi Genesio Icardi, assessore regionale alla Sanità

"Mi è toccato l’80% del bilancio e il 90 delle grane". Era stato drammaticamente profetico Luigi Genesio Icardi quando lo scorso 17 giugno, all’indomani del suo insediamento al posto di comando della sanità regionale, nemmeno da lontano poteva immaginarsi lo tsunami che gli sarebbe piovuto addosso da lì a poco. A distanza di nove mesi, ci risponde al telefono dalla sede dell’Unità di Crisi in corso Marche a Torino, dove da metà febbraio è impegnato per "15-18 ore al giorno", limitando alle ore della notte i rientri in una Santo Stefano Belbo di cui rimpiange probabilmente gli otto anni trascorsi da sindaco, lasciati per un incarico regionale del quale, col senno di poi, avrebbe probabilmente fatto volentieri a meno.

Anche dalle sue Langhe arriva ora il fuoco di chi ne ha chiesto la testa in ragione di responsabilità che risiederebbero nei numeri – nei contagi e nei decessi – prima ancora che nei rendiconti giornalistici che hanno offerto al Paese il quadro di un "pasticcio piemontese" che lui respinge invece al mittente, mentre un suo passo indietro, al momento, non è nell’aria.

"Le dimissioni? Le darei domattina, se sapessi che avrebbero la minima utilità. Purtroppo non è così. Semplicemente chi le chiede sta facendo una battaglia strumentale. Fingendo di non sapere chi ha gestito sino a ieri una sanità che si è trovata completamente impreparata a gestire una simile prova. Poi nessuno vuole nascondere che nella gestione piemontese dell’emergenza ci siano e ci siano stati problemi, come in tutta Italia e mezzo mondo, ma le principali colpe su come la nostra regione ha affrontato la crisi risiedono nelle carenze strutturali di un sistema sanitario che ha fatto un lavoro enorme, a tutti i livelli, ma che ha funzionato meglio a livello ospedaliero e molto meno bene a livello territoriale. Un ambito spolpato e sacrificato per anni. Altri hanno potuto affrontare l’emergenza in Mercedes, noi ci siamo ritrovati per le mani un’utilitaria…"
 

Nessuna voglia di fare da capro espiatorio, quindi.

"Sono prontissimo ad assumermi tutte le mie responsabilità, ma prima bisognerebbe circoscriverne i termini. Il Piemonte è stata una delle prime regioni d’Italia, se non la prima, che si è attrezzata ad affrontare l’emergenza con un apparato dedicato, quello di un’Unità di Crisi, istituita già lo scorso 23 febbraio e affidata a un commissario che aveva il compito di gestire questo importante apparato, in questi due mesi continuamente attrezzato e potenziato. Parliamo di una struttura che oggi impegna centinaia di persone e che ha prodotto qualcosa come 14mila atti. Come assessore il mio mandato è stato quello di garantire l’operatività a questa struttura, ma chi oggi chiede di commissariarci chiede in sostanza di commissariare il commissario".


Un problema di persone?

"Non mi pare. Nominando il dottor Raviolo il presidente Cirio si è affidato al responsabile del dipartimento di emergenza del Piemonte. Una scelta corretta, visto che come commissario ha lavorato anche bene. Quando l’Unità di Crisi si è ampliata è stato poi necessario affiancarlo con altri responsabili, cosa fatta con la nomina di Vincenzo Coccolo, mentre l’arrivo di Ferruccio Fazio è collegata alla volontà di formare un gruppo di lavoro che, in termini di programmazione, possa rimediare in modo strutturale alle importanti falle ravvisate dalla rete territoriale. La verità è che abbiamo lavorato con l’esercito che abbiamo trovato".


Cosa ha funzionato e cosa no, allora?

"Distinguerei tra due ambiti. Gli ospedali piemontesi sono riusciti a dare una risposta eccezionale. Abbiamo trasformato il 40% dei posti letto ospedalieri in posti Covid, con la sola eccezione degli ospedali di riferimento, gli hub del 'San Giovanni Bosco' di Torino, di Cuneo, Alessandria e Novara, dove la conversione è stata al 25%. Così facendo abbiamo potuto provvedere al ricovero di oltre 4mila pazienti Covid, triplicato le terapie sub-intensiva e raddoppiato le terapie intensive, portate da 287 a 600 posti. A tutti i piemontesi è stata data una risposta adeguata, chi ha avuto bisogno della terapia intensiva l’ha avuta, senza eccezioni, cosa che altrove non sempre è successa".


Negli ospedali sono però mancati i Dpi.

"Ci sono state tutte le difficoltà del caso, che non vanno nascoste. Sui dispositivi di protezione in particolare abbiamo dovuto fare i conti con un problema che è mondiale, non piemontese. Ma mi sento di dire che, grazie al lavoro e al sacrificio dei nostri sanitari, abbiamo dato una risposta di cui il Piemonte deve essere orgoglioso. E questo nonostante tutti i tagli del passato".


Il territorio ha risposto meno bene?

"Questo è l’ambito che ha maggiormente risentito della destrutturazione compiuta negli ultimi quindici anni. Prima dell’emergenza, Sisp e distretti riuscivano a gestire con fatica l’ordinario, con grande impegno di un personale ridotto all’osso e che si è impegnato tantissimo nel fronteggiare questa crisi. Con l’arrivo dell’emergenza siamo prontamente intervenuti con innesti di personale di centinaia di persone e con la nomina di commissari che aiutassero nella gestione. Le Usca, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale, ci sono e sono ben 34, e non 4 come detto da qualcuno, composte da decine di medici che presidiano la situazione sul territorio, sono state attivate per tempo e stanno funzionando. Pur con la penuria di queste figure siamo riusciti ad assumere oltre 2mila persone, soprattutto medici e infermieri, diretti alle Usca, ma anche alle task force inviate in soccorso alle Rsa, per i Sisp, per l’igiene pubblica… . Rimane però che non puoi costruire in un mese un’organizzazione territoriale che non c’è più. Sono problemi strutturali e non organizzativi, puoi anche sparare con una fionda contro un carro armato, ma il risultato è quello che è….".  


I numeri dell’epidemia però sembrano bocciare il Piemonte.

"La curva piemontese è in discesa e la nostra situazione è allineata a quella delle altre regioni. Stanno diminuendo i ricoveri e i posti occupati in terapia intensiva. Aumenta il numero dei contagi, è vero, ma questo è un falso problema: stiamo effettuando tantissimi tamponi nelle Rsa, nelle situazioni oggi più critiche. Qui l’incidenza dei positivi è alta e il risultato ne risente. Ma la curva sta scendendo e sui focolai delle Rsa stiamo intervenendo massicciamente insieme alle strutture. L’Emilia per esempio ha fatto molti più tamponi e ha più morti, ma questo dipende da come si è sviluppato il focolaio. In alcune aree, come nell’Astigiano, è stato possibile circoscrivere i contagi e abbiamo avuto una risposta epidemiologica eccellente. Nell’Alessandrino ci siamo trovati di fronte a un focolaio impetuoso, che ci ha travolto, così come è successo in Lombardia, e anche in Emilia, dove la rete territoriale è molto ben strutturata".


Nessun "pasticcio piemontese", quindi?

"Il servizio di 'Report' ha raccontato le cose in una maniera che non posso che giudicare strumentale. Nell’ospedale di Alessandria si sono inventati una sala d’attesa che non esiste. Le mascherine Miroglio ci sono e sono state distribuite… . Per questo abbiamo valutato di agire per vie legali contro la trasmissione".  


E sulle case di riposo?

"Anche nelle Rsa abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare, venendo in soccorso a strutture che comunque hanno una loro gestione autonoma. Abbiamo comunque fatto il possibile, prestato il nostro personale. In oltre la metà dei ricoveri abbiamo fatto i tamponi, presto li completeremo. Dal primo giorno di emergenza abbiamo dato indicazioni precise, chiedendo di limitare l’accesso dei parenti, prescrivendo misure di prevenzione. Molte hanno fatto bene il loro lavoro e non hanno avuto problemi, in altre realtà il virus è comunque passato, a dispetto anche dei migliori comportamenti. In altri casi ancora queste indicazioni non sono state seguite al meglio, mentre alcuni ricoveri hanno tenuto comportamenti addirittura irresponsabili, come quella struttura che intendeva rimandare i suoi ospiti a casa per Pasqua... . Ora, io penso che si sia fatto tutto quanto era in nostro potere per limitare al massimo le vittime fuori e anche dentro queste strutture, i cui morti piangiamo insieme ai parenti. Purtroppo però parliamo di un fenomeno che si è verificato in tutto il mondo, e anche in Paesi che sono un modello per quanto riguarda l’assistenza sanitaria".


Tra le accuse che vi vengono rivolte c’è quella di non aver fatto sufficienti tamponi.

"Sin dall’inizio abbiamo seguito le indicazioni arrivateci dell’Istituto Superiore di Sanità, riprese dal protocollo ministeriale approvato dal comitato tecnico-scientifico dell’Unità di Crisi. Indicazioni che prevedevano di fare tamponi soli ai sintomatici. Avremmo potuto farli sugli asintomatici come avvenuto in Veneto? No, perché non avevamo i laboratori, i macchinari, i materiali. Siamo partiti coi due soli laboratori presenti alle Molinette e all’Amedeo di Savoia, e con la possibilità di fare 4-500 accertamenti al giorno. Oggi di laboratori ne abbiamo 20 e siamo in grado di fare 5-6.000 tamponi al giorno, come l’Emilia. Ma c’è voluto tempo. Poi sulla loro utilità va aperto un altro capitolo: il tampone offre una fotografia istantanea, che oggi è in un modo e domani può cambiare, mentre gli esperti sono concordi nel giudicare sovrano il quadro clinico. In questo senso abbiamo messo a punto un gruppo di studio che ha elaborato un protocollo farmacologico, ora declinato anche alla cura dei soggetti anziani. Anche qui credo che tutto quello che era umanamente possibile fare l’abbiamo fatto. Questo anche considerando un contesto nel quale abbiamo avuto a che fare con un decreto governativo al giorno e indicazioni scientifiche che variavano con la stessa velocità: lavorare con un quadro così variabile è stato tutt’altro che facile".


Le mail perse?

"Ripeto, l’ospedale ha funzionato, il territorio meno bene, e sicuramente la comunicazione ha avuto delle falle, come le ha avute quelle tra medici e Asl. Anche qui il sistema informativo esistente si è rivelato inadeguato, siamo corsi ai ripari per realizzare una nuova piattaforma informativa che ha risolto molti di questi problemi. Sono successi disguidi, ma non c’era un’organizzazione preparata per un’evenienza di questo tipo. Quello che c’era a malapena riusciva a gestire l’esistenza con grande impegno degli addetti. Ci è arrivato addosso uno tsunami, e quello non puoi pensare di fermarlo con le mani".

Ezio Massucco

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