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Economia e lavoro | 31 marzo 2024, 09:00

STORIE DI MONTAGNA/5: Enrico Massell e ‘la sua sfida’ di liquori d’alta quota

In Val Chisone un percorso artigiano frutto di coraggio e caparbietà

Enrico Massel tra le sue erbe

Enrico Massel tra le sue erbe

Non sono molti gli agricoltori che coltivano oltre i 2000 metri, un ambiente impervio, che consente solo pochi tipi di colture: Enrico Massel è uno di questi.

Nato e cresciuto in una famiglia di allevatori da quattro generazioni, decide di andare contro corrente e inizia a coltivare erbe.

 

Originario di Villaretto Chisone a Roure. Figlio di allevatori, da sempre vive in un ambiente rurale. Negli anni ’90, la sua famiglia decide di ristrutturare una vecchia malga, ormai fatiscente, acquistata alcuni anni prima. Un’abitazione che si trova nel Comune di Usseaux, al Pian Dell’Alpe, a 2000 m. s.l.m. con l’idea di usare questa struttura per l’alpeggio estivo, laboratorio per la lavorazione del latte e punto vendita del formaggio.

Nascono però i primi agriturismi, la famiglia decide così di trasformare la malga, ormai completamente ristrutturata, in un agriturismo, dove poter servire i prodotti dell’azienda.

Il 12 luglio 1992 si inaugura l’Agriturismo ‘Fattoria Pian dell’Alpe’ gestito da Vanda, la mamma e Laura sua sorella. Enrico inizia così le sue prime esperienze dietro ad un bancone, nei momenti liberi dallo studio.

Sergio, suo fratello, impiegato in fabbrica, è sempre stata una figura più tecnica, addetto ad “aggiustare le cose” spendendo ferie e weekend in azienda per aiutare.

“Ho sempre aiutato i miei, a 12 anni, durante le vacanze estive, mi occupavo di fare i caffè e facevo il cameriere – mi dice –. Ho fatto la scuola alberghiera e crescendo mi sono ritrovato in cucina” conclude.

Un ambiente, quello dove nasce Enrico, da cui non puoi scappare e in cui vieni coinvolto e ti senti parte di un gruppo, che in questo caso è la tua famiglia.

Ma Enrico aveva una passione più grande: mettere le mani nella terra.

I terreni di famiglia, però, erano oltre i 2000 metri e qui, trovare la coltivazione giusta, non era facile. Facendo delle ricerche capisce che l’unica possibilità sono le erbe aromatiche ed officinali, che, a quella altitudine, riescono a dare buoni raccolti, adattandosi meglio al territorio.

La sua scelta, iniziale, ricade sul genepy, una pianta rustica e adatta ai suoi terreni.

Inizia a mettere a dimora i primi campi nel 2005, aveva 25 anni, e si mette in gioco.

I primi esperimenti non vengono benissimo, l’inesperienza lo porta a fare molti sbagli e ad ottenere risultati decisamente poco soddisfacenti.

Enrico non si scoraggia, perché sente di aver trovato la sua strada.

 

Contadini non si nasce, ma si può imparare e crescere facendolo. Enrico scopre poco alla volta un mondo che non conosceva e si appassiona.

Ci vuole tempo e fatica, e dopo qualche anno, iniziano ad arrivare i risultati.

Le piante di genepy raccolte vengono vendute essiccate ed alcune utilizzate per produrre del liquore da servire nell’agriturismo di famiglia.

Il liquore inizia ad avere successo tra i clienti e così viene creato un laboratorio dove inizia la sua produzione.

Scoraggiato in certi momenti dalla burocrazia e dai costi che non mancano mai, va comunque avanti e inizia a presentare i suoi prodotti nella valle ed arrivano i primi acquisti.

Ora Enrico, davanti a un tè fumante, mi racconta la sua storia, rende questa parte facile e rapida, ma io sono certa che non sia stato così. Per arrivare lontano occorre voglia di fare, caparbietà e quel piccolo pizzico di coraggio, che non tutti hanno.

L’attività di produzione del liquore, inizialmente in collaborazione con la sorella Laura, nasce nel 2011 e diventa necessaria per poter dare continuità alla sua azienda agricola, che dà poco lavoro nel periodo invernale, che riesce così a mantenersi con la distilleria.

La produzione con il tempo si amplia e insieme al genepy, che oggi viene fatto in tre differenti modi, si aggiungono il timo serpillo e il ‘kummel’, ovvero il cumino dei prati che richiama l’anice e i semi di finocchio.

Quest’ultimo è un liquore un tempo molto conosciuto, che Enrico ha voluto riportare ai giorni nostri per la sua freschezza e il suo potere digestivo.

 

“Con gli anni la mia produzione è migliorata sia nelle tecniche che nel farmi conoscere sul mio territorio. Vendo i liquori, ma la maggior parte del raccolto viene venduto essiccato a delle aziende francesi – racconta –. Tutto viene fatto in modo artigianale, non ci sono mezzi che possono aiutarmi oltre i 2000 metri su terreni impervi dove coltivo. Si pianta, si cura e si raccoglie tutto a mano” conclude mostrandomi le foto.

Sulla strada di Enrico, che in tutto ciò che ha creato ci ha messo cuore e passione, arrivano dei riconoscimenti importanti, come quello di ‘Maestro del Gusto’, un premio rilasciato dalla Camera di Commercio di Torino, assieme Slow Food, che vuole fare onore a chi produce qualità.

In questa primavera, inoltre, arriverà la certificazione Bio su tutta la produzione agricola, ci sono voluti due anni di conversione per ottenerla, e anche questo è un grande passo di cui essere felici.

“Sono partito in questa avventura perché volevo creare una fonte di reddito che partisse da me. In azienda i ruoli erano ben suddivisi: la parte di allevamento era di mio papà Sergio, l’agriturismo di mia mamma e io giocavo in diversi ruoli. Desideravo, però, poter dimostrare a me stesso di essere capace di creare qualcosa da solo e mi sono intestardito sulle coltivazioni. In casa, all’inizio, non capivano la mia scelta, con tutto il lavoro che c’era io me ne stavo inventando un altro, ma sono cocciuto, e per molto tempo ho portato avanti più lavori e di strada ne ho fatta tanta ed ora sono soddisfatto!”

Sono queste le parole di Enrico che mi hanno fatto capire che non sia stato così facile andare controcorrente, ma arrivare da una famiglia di grandi lavoratori sicuramente lo ha reso l’uomo che è oggi e che è stato un vero piacere conoscere.

Coltivare in montagna non è come coltivare in pianura, per fare questa scelta occorre mettere in conto sia problemi logistici sia pratici, ma come mi sottolinea Enrico, il posto di lavoro contornato da cime e immerso nella natura più selvaggia ripaga di tutto.

Cinzia Dutto

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