(Adnkronos) - ''Nettamente ridimensionato'', ''senza il consenso della popolazione di Gaza'' e ''sopravvalutato in Israele''. Così appare Hamas a tre anni dal 7 ottobre, massacro che ''ha convinto la maggioranza degli israeliani che vivere in pace con i palestinesi non sia possibile''. Lo spiega in un'intervista all'Adnkronos Gershon Baskin, lo storico negoziatore israeliano che ha gestito il canale di dialogo segreto con Hamas per ottenere la liberazione nel 2011 del soldato Gilad Shalit. Contatti che ha sempre tenuto aperti anche dopo il 7 ottobre 2023, convinto che un canale di comunicazione diretto sia fondamentale per salvare vite e favorire accordi sugli ostaggi e sui cessate il fuoco. In particolare ha negoziato, in modo non ufficiale, il rilascio di tutte le donne e i bambini rapiti da Hamas.
Oggi, spiega, ''Hamas non è un'organizzazione monolitica'' e ''al suo interno vi sono voci diverse e spinte contrastanti. E' emerso chiaramente durante la votazione per la leadership, vinta da Khalil Al-Hayya per un solo voto di scarto'', spiega l'attivista, grande conoscitore del movimento. ''Esiste inoltre un divario tra la realtà di Hamas a Gaza e quella di Hamas all'estero. La popolazione all'interno di Gaza soffre e vive in condizioni di miseria, a differenza di chi si trova fuori'', spiega. Inoltre ''la leadership estera esprime posizioni più estremiste e radicali rispetto a quelle sostenute da Hamas all'interno di Gaza'', prosegue Baskin. Tuttavia, ''gli esponenti di Hamas presenti a Gaza ricevono ordini dall'esterno'', ma ''non è in atto alcuna rivolta della fazione interna contro quella esterna''.
C'è poi la questione di Hamas in Cisgiordania. In questo caso, spiega il direttore per il Medio Oriente dell'International Communities Organisation di Londra, si tratta di ''un'organizzazione priva di struttura, sotto costante pressione da parte di Israele e dell'Autorità nazionale palestinese. Non riesce a organizzarsi in modo efficace e non sappiamo con certezza quale sia il loro reale sostegno in Cisgiordania. Sappiamo invece per certo che a Gaza il consenso è minimo. Dunque, questi tre anni di guerra hanno evidenziato un netto ridimensionamento della forza di Hamas''.
Per quanto riguarda la percezione israeliana, ''credo che in Israele si tenda a sopravvalutare la potenza di Hamas'', spiega Baskin, aggiungendo che ''si parla spesso di un suo riarmo e riorganizzazione, ma la realtà è che Hamas non gode del sostegno della popolazione di Gaza''. Quindi, guardando al 27 ottobre, l'analista dice di ''sperare che, dopo le elezioni israeliane, si avvii un piano di pace incentrato sulla ripresa, sulla ricostruzione, sul dispiegamento di forze di polizia palestinesi e di una forza internazionale di stabilizzazione'' nell'enclave palestinese. In quest'ottica, ha aggiunto, ''l'arrivo a Gaza del Comitato tecnico contribuirà a ridurre ulteriormente il ruolo di Hamas''.
Guardando invece alla società israeliana, a come è cambiata in questi tre anni, Baskin nota che ''si è spostata a destra''. Il risultato, spiega, è che ''c'è ancora una maggioranza di israeliani che vorrebbe vivere in pace, ma non crede che sia possibile. Il 7 ottobre ha fatto questo, ha convinto la maggioranza degli israeliani che la pace con i palestinesi non è possibile''. Quindi ''c'è pochissima, anzi, c'è zero fiducia, e la classe politica israeliana non sta assumendo una posizione che aiuti l'opinione pubblica israeliana a ridefinire il proprio atteggiamento verso i palestinesi. Questo potrà accadere solo dopo le elezioni''.
Difficile, in questo contesto, pensare a un futuro di pace. ''Credo che sia difficile immaginarlo, ma non abbiamo altra scelta'', sottolinea Baskin, che nell'ottobre del 1992 organizzò una serie di incontri segreti a Londra tra ex ufficiali della sicurezza israeliani e funzionari palestinesi dell'Olp che gettarono le basi per il successivo impegno in materia di sicurezza negli Accordi di Oslo del settembre 1993. ''Penso che Israele sarà sottoposto a forti pressioni internazionali'', ma ''la grande incognita è se Trump farà qualcosa per spingere il nuovo governo israeliano verso la pace con i palestinesi. Dipende interamente da ciò che Trump vorrà fare e dall'alleanza tra Trump e i sauditi'', nota.
I sauditi, quindi, potrebbero avere un ruolo importante nel futuro degli israeliani e dei palestinesi, ''perché Trump ha un approccio molto transazionale'' e anche perché ''per Trump tutto si riduce al risultato finale e al denaro'', prosegue Baskin. ''I grandi progetti di sviluppo che sono in ballo si basano su un'alleanza tra Stati Uniti e Arabia Saudita che coinvolge altri stati del Golfo e altri paesi. Il Corridoio economico India-Mediterraneo è un progetto enorme, del valore di miliardi di dollari, ma non può essere realizzato concretamente se il conflitto israelo-palestinese non si avvia verso la pace'', spiega il fondatore di Ipcri (Israel-Palestine: Creative Regional Initiatives).
Quindi ''per gli americani, per Trump, è tutta una questione di soldi'', mentre ''per Israele è una questione di sicurezza. Per i palestinesi, una questione di libertà'', riassume Baskin. In ogni caso, ''per me è molto difficile immaginare un futuro che non includa la pace'', prosegue l'analista, affermando che ''dopo il 7 ottobre bisogna capire che questo conflitto non sparirà. Le persone non se ne andranno, il conflitto è qui e deve essere risolto. Non ci si può limitare a gestirlo''. Per risolverlo, ''israeliani e palestinesi hanno bisogno di qualcosa che vada oltre il piano bilaterale. Non può essere una questione solo israelo-palestinese. Deve essere regionale e globale'', spiega l'editorialista del New York Times e del Times of Israel.
Quindi, ''l'accordo di pace dovrà essere molto più ampio delle concessioni che entrambe le parti dovranno fare'', nota Baskin affermando che si ''devono trarne un vantaggio, devono guadagnare dalla pace molto più di quanto perderebbero nel non farla''. Di tutto questo si è parlato anche a New York, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove Baskin ha partecipato a numerosi eventi. ''E' stato evidente che gran parte delle riunioni dell'Onu fosse concentrata su Gaza e sulla questione israelo-palestinese, era il tema centrale a New York''. Ad esempio, l'analista ha citato ''una riunione del Board for Peace, tavole rotonde promosse da Arabia Saudita, Norvegia e Unione Europea sull'attuazione della soluzione a due Stati. Si è tenuta anche una sessione, organizzata dalla Norvegia, dedicata ai donatori per la Palestina. Insomma, a New York c'è stata una grande attività incentrata proprio sul conflitto israelo-palestinese''. Questo ''è il fulcro della situazione attuale''.





