Più forte delle guerre e delle tensioni internazionali, anche se la prudenza resta il "piatto del giorno". L'economia del Piemonte mostra una forza insospettabile e arrivati al giro di boa del 2026 la produzione cresce del 2,8% nel secondo trimestre. In particolare, vanno bene volumi produttivi (+2,8%), fatturato (+2,3%) e ordinativi (+2,2%), secondo quanto elaborato dall'ufficio studi di Unioncamere Piemonte. Una tendenza che conferma quella positiva del primo trimestre (+2,3%).
Auto bene, non la componentistica
Tra i settori il tessile mostra una vivacità particolare (+6,3%) anche nell'export, seguita da legno-mobili (+5,7%), molto rivolto al mercato interno e l'alimentare (+4,4%). Sotto la media i mezzi di trasporto (+0,6%), anche se l'automobile cresce del 16,5%. Un dato che si alimenta dal confronto con un periodo che nel 2025 vedeva una flessione di circa il 13%. Soffrono di più gli elementi della componentistica, (-0,5%) soprattutto per le difficoltà di mercati come la Germania. Oscilla come al solito l'aerospazio, che cala di quasi l'11%, ma si tratta di un comparto molto legato all'andamento di commesse di grandi dimensioni.
Torino viaggia sul +2,3%
Tra i territori, Cuneo spicca con un +5,2% così come il Biellese (+4,7%) e fa meglio ancora il Vco (+5,7%). Torino si mantiene in media (+2,3), così come il Novarese (+2,6%) e Asti (+2,2%). Alessandria segna un +1,7% mentre Vercelli cala di mezzo punto.
"Prudenza, ma non paralisi"
"Abbiamo una straordinaria capacità di reazione - sottolinea con soddisfazione il presidente di Unioncamere Piemonte, Gian Paolo Coscia -, ma la prudenza domina ancora la scena a fronte di una situazione che ormai si sta prolungando da anni. Condizioni estreme di instabilità in cui la nostra regione comunque ha saputo fare la sua parte. La prudenza poi non deve trasformarsi in paralisi: abbiamo un sistema economico sano, anche se minato da condizioni esterne e la tenuta c'è stata. Bisogna insistere però su digitalizzazione, infrastrutture e competenze per mantenere competitività".
Un'azienda su 3 soffre per l'export
L'incognita più forte è legata all'export e alle strategie da applicare per recuperare terreno e contrastare l'instabilità. Considerando che sono circa il 22% le aziende piemontesi che esportano regolarmente, soprattutto se di grandi dimensioni (90%), il 61% dichiara di non aver avuto contraccolpi sui flussi di export. Calo delle vendite invece per il 31%, mentre il 6% ha cercato di ricollocarsi su mercati più sicuri. Tra le grandi imprese, però, la sofferenza scende al 15%, con una ricollocazione geografica che tocca quasi due aziende su 10 (19%).
A soffrire soprattutto elementi legati alla logistica e i trasporti (67%), ma anche dazi, tariffe e sanzioni (41%). Per i mezzi di trasporto, la percentuale di chi segnala difficoltà nella logistica sale al 98%.
Sul mappamondo le aree su cui le imprese vogliono concentrarsi di più nei prossimi tre anni sono guidate dalla zona Ue (82%), che offre maggiori garanzie e meno scossoni, seguiti dai Paesi extra Ue (29%) e dal Nord America (25%). Quindi l'area asiatica (22%) e il resto del mondo (16%).
Filiera radicata, ma c'è chi torna
La maggior parte delle aziende (96%) mantiene la propria filiera radicata sul territorio piemontese, dunque per una delocalizzazione che rimane marginale. Anche se tra le grandi imprese la quota di chi ha scelto di andare fuori Italia arriva al 30%, mentre tra i settori è l'automotive ad aver guardato oltre confine (21%).
Tra chi si trova all'estero, il 62% non pensa a un rientro in Italia - il cosiddetto reshoring -, ma appare consistente la quota del 38% di chi si sta attivando per riavvicinarsi a casa.
I dazi e le tensioni di epoca trumpiana però non bastano a convincere chi vuole rientrare: sono soprattutto Cina e continente asiatico nel mirino di chi vuole rientrare (47%), quindi gli altri Paesi europei e Balcani (41%). Solo il 13% pensa di rientrare dal Nord America, Canada compreso.
Tra le strategie in atto, il 39% di chi ripensa al proprio business pensa a rifocalizzarsi sul mercato interno, mentre il 38% pensa a diversificare i fornitori. Il 17% scommette sull'automazione e su Industria 5.0, mentre un 15% guarda con interesse a reti d'impresa e consorzi.





