Le imprese artigiane del Piemonte sono oggi chiamate ad affrontare molte difficoltà, alcune di queste sono legate al mercato del lavoro. Si conferma infatti una crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. E se il dato regionale parla di una difficoltà nel reperire personale del 32,4%, a livello torinese il dato è del 29,9%. A rilanciare l'allarme è Confartigianato Piemonte.
In Piemonte le imprese artigiane coinvolgono 210.549 lavoratori, una cifra pari al 14,6% dell’occupazione totale. Il comparto artigiano contribuisce in modo sostanziale all’economia regionale, generando il 9,6% del valore aggiunto del territorio e l’8,8% di quello complessivo dell’artigianato italiano.
Nonostante questi numeri, negli ultimi anni, l’artigianato e le micro e piccole imprese hanno registrato difficoltà più marcate rispetto ad altri comparti nel reperire personale qualificato: nel 2025, in Piemonte un colloquio su tre non si è concretizzato per mancanza di candidati.
Una selezione su tre va a vuoto
A livello regionale il Piemonte, nel 2025, registra il 32,4% come percentuale di difficoltà nel reperire il personale per la mancanza di candidati durante la selezione, posizionandosi al settimo posto della classifica. Infatti il totale delle entrate previste è di 335.010 e il numero dei candidati mancanti è di 108.472; (primo in classifica la Valle d’Aosta con il 39,5% dei casi), mentre la percentuale nazionale è del 30,2%.
A livello provinciale spicca Alessandria con il 37,1% (totale entrate previste 31.880 di cui 11.817 candidati mancanti) seguono: Verbano-Cusio-Ossola con il 35,4% (12.950 totale entrate previste; mancanti 4.588) Cuneo 35,0% (57.570 entrate previste; mancanti 20.144), Biella 34,3% (10.400 entrate previste; mancanti 3.566), Novara 34,1% (30.180 entrate previste; mancanti 10.299), Vercelli 33,1% (11.790 entrate previste; mancanti 3.903), Asti 32,0% (12.710 entrate previste, mancanti 4.071) e infine Torino con 29,9% (167.520 entrate previste, mancanti 50.080).
Poche costruzioni (e legno-mobili)
Alcuni settori sono stati maggiormente coinvolti: il 39% nel settore delle costruzioni, il 35,2% in quello del legno mobile e poco meno del 35% tra le aziende multiutility (acqua, energia, gas), servizi alla persona 31,5%, ecc..
Per quanto la questione demografica non sia da sottovalutare, il problema è prima di tutto culturale: occorre che le famiglie tornino ad educare i giovani al lavoro come fondante della propria crescita personale e della fiducia in se stessi, elemento su cui si basa anche la scelta di creare una famiglia.
Parcheggiarsi in qualche ateneo sperando che le cose migliorino e trovare conforto nelle relazioni fasulle offerte dal tramite digitale fa dei cittadini dei meri consumatori cui non è dato decidere del proprio futuro: bisogna lavorare per imparare a fare le cose e padroneggiare strumenti e materia.
"Il lavoro c'è"
“Il lavoro c'è, la difficoltà è trovare le figure, - dice Giorgio Felici, presidente regionale di Confartigianato -. Mancano soprattutto lavoratori negli ambienti tradizionali: edilizia, costruzioni, muratori, idraulici, serramentisti e mancano competenze legate alla digitalizzazione. Nelle scuole non si insegna più la cultura del lavoro da molti anni. Abbiamo bisogno di tecnici, di professionalità e di riqualificare i ragazzi implementando anche il rapporto tra imprenditori e istituti professionali".





