(Adnkronos) - La salvezza è arrivata, ma non ha chiuso il conto con una stagione complicata. In casa Empoli è già tempo di bilanci e programmazione, perché la permanenza in Serie B (conquistata senza passare dai playout) rappresenta un punto di partenza più che un traguardo. Rebecca Corsi, vicepresidente e ad del club azzurro, guarda avanti senza sottrarsi all'analisi degli errori. E dalla panchina al settore giovanile, passando per il nuovo stadio e il modello di gestione familiare che da anni caratterizza la società, ripercorre con l'Adnkronos presente e futuro di una società decisa a ricominciare senza rinunciare ai valori che ne hanno plasmato la storia.
Che stagione è stata?
“Molto difficile. Eravamo partiti con aspettative diverse rispetto alla salvezza, ma si sono ridimensionate quasi subito. Quando sei costretto a cambiare allenatore dopo poche settimane significa che qualcosa non ha funzionato e gran parte della programmazione va rimessa in discussione. Abbiamo provato a correggere la rotta, ma è stato un anno complicato. Alcune scelte non hanno prodotto gli effetti sperati, è giusto prenderne atto. Fatico però a leggere il risultato finale come il frutto degli ultimi mesi, certe dinamiche vanno individuate un po’ più indietro”.
Giugno sarà il mese della riprogrammazione. Da dove si parte?
“La salvezza conquistata senza passare dai playout ci ha permesso di tirare il fiato e iniziare a ragionare sul futuro con un po' più di serenità. Adesso serve lucidità. Per la stagione appena conclusa avevamo immaginato uno scenario diverso e il primo passo sarà capire dove abbiamo sbagliato. Prima di costruire, bisogna analizzare. Solo così si possono prendere decisioni corrette e dare una direzione chiara al prossimo ciclo”.
Il primo tema è la panchina. Il contratto di Fabio Caserta scadrà il 30 giugno.
“Il contratto è vicino alla scadenza, inevitabile che la panchina sia il primo nodo da sciogliere per la prossima stagione. Cercheremo di fare la scelta migliore per il bene dell'Empoli, consapevoli che sarà importante saper lavorare con i giovani e che ci dovremo confrontare con un campionato difficile come la Serie B. Siamo grati al mister per aver raggiunto quello che, a un certo punto della stagione, era diventato il nostro obiettivo”.
L'Empoli continua a essere, in Italia, un punto di riferimento per il lavoro sui giovani fatto nel centro sportivo Monteboro. La scelta del prossimo allenatore terrà conto di questo fattore?
“La valorizzazione dei giovani fa parte della nostra identità. È il modo in cui l'Empoli è cresciuto negli anni e non vogliamo cambiare strada. Negli ultimi tempi abbiamo dovuto fare i conti con risorse più limitate e siamo stati costretti a rivedere alcune strategie. Gli effetti del Covid, per una realtà come la nostra, si sono fatti sentire e non sempre è stato possibile investire come avremmo voluto. Nonostante ciò, continuiamo a vedere ragazzi interessanti emergere dal nostro vivaio ed è motivo di grande soddisfazione. La promozione della Primavera è una bella notizia, ma soprattutto un'opportunità. I nostri ragazzi torneranno a confrontarsi ai massimi livelli per crescere, è ciò che ci interessa di più. Anche per questo la scelta dell'allenatore sarà importante. Cerchiamo una figura che sappia lavorare con i giovani e accompagnarli nel loro sviluppo, tenendo presente che la Serie B non fa sconti a nessuno. Entusiasmo e prospettiva servono, così come esperienza ed equilibrio”.
Da Sarri a Spalletti, Empoli ha lanciato allenatori che hanno poi scritto pagine importanti del calcio italiano. Chi ha lasciato il segno più profondo nel suo percorso?
“Ogni società attraversa momenti che ne cambiano la storia. Per l'Empoli, coincide con l’arrivo di Sarri. Maurizio non ha soltanto allenato una squadra, ha modificato il nostro modo di pensare il calcio. Ha introdotto principi, idee e una cultura tecnica che ancora oggi fanno parte della nostra identità. Nel corso degli anni abbiamo avuto tanti allenatori di valore, per me lui rappresenta però uno spartiacque. Ha lasciato un'impronta che continua a essere riconoscibile”.
Ci racconta il Sarri di Empoli in un aneddoto?
“Maurizio è sempre stato un personaggio particolare, nel senso più bello del termine. Vive il calcio in maniera totale. Ricordo ancora le discussioni sulle maglie, era convinto che dovessimo continuare a usare quelle della promozione in Serie A perché gli avevano portato fortuna. Per una società può sembrare un dettaglio, ma tra sponsor, merchandising e marketing non lo è. Con il tempo, e soprattutto allenando club sempre più importanti, credo abbia dovuto rinunciare a certe scaramanzie (ride). Con lui ci siamo divertiti tanto, è stato un periodo che mi ha insegnato molto”.
Nel calcio di oggi c'è ancora spazio per una gestione familiare di un club calcistico?
“C'è spazio, ma ogni anno è un po' più difficile. Il calcio è cambiato nel profondo e richiede investimenti sempre più importanti. Noi continuiamo a portare avanti il nostro modello, però è chiaro che avere al fianco nuovi partner sarebbe un aiuto notevole. Il calcio, in ogni caso, non è una scienza esatta e ci sono altre variabili. Si può programmare tutto nel migliore dei modi, ma magari a un certo punto capitano episodi che cambiano una stagione. Fa parte del gioco. Oggi ci confrontiamo con proprietà e gruppi economici di dimensioni enormi. Noi non possiamo competere su quel piano e dobbiamo cercare di essere più bravi nelle idee, nelle persone e nelle scelte”.
La gestione familiare passa anche dal rapporto con suo padre, il presidente Fabrizio Corsi. Com'è lavorare insieme?
“Non sempre è semplice, ma credo sia normale. Abbiamo caratteri diversi, apparteniamo a generazioni diverse. Ci sono temi sui quali la pensiamo allo stesso modo, mentre altre volte discutiamo parecchio. La cosa bella è che siamo legati dallo stesso obiettivo. Possiamo confrontarci anche in maniera accesa, ma entrambi vogliamo il bene dell'Empoli ed è questo che permette sempre di trovare un punto d'incontro”.
Lei è una delle pochissime donne ai vertici di un club professionistico. Ha dovuto fare i conti con i pregiudizi?
“Sì, sarebbe ipocrita dire il contrario. All'inizio ho dovuto dimostrare molto, forse più di quanto sarebbe stato richiesto ad altri. Da una parte portavo un cognome importante per la storia del club, dall'altra sentivo la necessità di farmi valutare per quello che ero e per il mio lavoro. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno dato fiducia e mi hanno aiutata a crescere, ma gli ostacoli non sono mancati. Ancora oggi il calcio resta un ambiente in cui le donne sono poche, soprattutto in certi ruoli. Se la mia esperienza può essere uno stimolo per qualche ragazza che sogna di lavorare in questo mondo, non può che farmi piacere. Alla fine contano la preparazione, il lavoro e la capacità di farsi trovare pronti”.
Lo stadio resta uno dei temi chiave per il futuro del club. A che punto siete?
“Il percorso sta andando avanti e stiamo rispettando tutti i passaggi previsti. Nei prossimi mesi prenderà forma la società che seguirà l'intervento e poi la gestione dell'impianto. È un progetto a cui lavoriamo da tempo e che consideriamo strategico. Oggi uno stadio non è soltanto il luogo dove si gioca la partita della domenica. È uno strumento che può aiutare una società a crescere, programmare e diventare più solida. In Italia siamo in ritardo rispetto ad altri Paesi, ma sono fiduciosa”. (di Michele Antonelli)





