Ultim'ora - 23 luglio 2026, 12:11

Energia, Bini Smaghi (ex Bce): "I beni pubblici si possono definire europei se risultano da politiche comuni"

(Adnkronos) - Dalla deglobalizzazione alla revisione del sistema Ets, fino al finanziamento della difesa attraverso il programma Safe e al ruolo delle banche centrali in una fase di forte incertezza geopolitica. Lorenzo Bini Smaghi, economista, pres. SG e già membro del consiglio direttivo della Bce, indica ad Adnkronos le priorità per evitare che l'Europa perda competitività mentre cerca di rafforzare la propria autonomia strategica. 

Tra nuovi possibili dazi e i conflitti in corso ancora lontani dalla tregua stiamo entrando in una fase di deglobalizzazione permanente?

 

"Tutte le aziende stanno cercando di rivedere la loro collocazione nella catena globale del valore, per ridurre i rischi di interruzioni dei commerci e di aumenti imprevisti dei prezzi. Ciò non significa necessariamente de-globalizzazione. Tuttavia, la ricerca di una maggiore autonomia strategica comporta, anche per l’Europa, una riorganizzazione della produzione e del commercio. Altrimenti si rischia di subire le decisioni altrui". 

Tra protezionismo, transizione energetica e aumento della spesa per la difesa, l’Europa rischia di perdere ulteriore competitività proprio mentre cerca di rafforzare la propria autonomia strategica. Come si può trovare il giusto equilibrio?

 

"Insieme ai nuovi obiettivi è necessario creare nuove opportunità di crescita, a vari livelli. Il primo è quello di nuovi accordi commerciali, come si è fatto col Mercosur, con l’India e altri paesi. Il secondo è quello di nuove partnership, anche industriali, come quelle che si stanno sviluppando con il Canada e il Giappone. Il terzo è l’ampliamento del mercato interno, con la rimozione delle barriere esistenti tra i paesi europei. Infine, è necessario diventare più attrattivi per gli investimenti in nuove tecnologie, a cominciare dall’intelligenza artificiale, che richiede una rivisitazione della normativa per essere più competitivi. Su tutti questi livelli ci sono dei cantieri aperti, sui quali si deve procedere più speditamente". 

L’Europa punta a rafforzare la difesa comune anche attraverso il programma Safe. È corretto finanziare questi investimenti ricorrendo a nuovo debito europeo?

 

"La difesa è un bene comune, e finanziarla attraverso debito comune è razionale. Ciò deve aiutare anche a sviluppare iniziative comuni e la produzione europea, piuttosto che acquisti di prodotti non europei". 

Esiste il rischio che l’aumento della spesa militare sottragga risorse alla transizione energetica, alla coesione sociale e agli investimenti per la competitività?

 

"La spesa per la difesa è una condizione necessaria per rendere l’Europa attrattiva per gli investimenti. Senza sicurezza non ci sono investimenti, non c’è crescita, e pertanto non ci sono le risorse per sostenere il sistema di welfare europeo".  

Il debito comune dovrebbe essere limitato all’emergenza della difesa oppure diventare uno strumento permanente per finanziare beni pubblici europei, come energia, infrastrutture, tecnologia e sicurezza?

 

"I beni pubblici si possono definire europei se risultano da politiche comuni. Nel settore dell’energia, ad esempio, le politiche sono in larga parte nazionali e non si può chiedere ad altri paesi di finanziare decisioni che non hanno preso, come la rinuncia al nucleare o le restrizioni sulle rinnovabili". 

La Commissione europea sta valutando una revisione del sistema Ets per ridurne l’impatto sull’industria. L’attuale meccanismo riesce davvero a coniugare decarbonizzazione e competitività o deve essere profondamente corretto?

 

"Il problema non è la Commissione europea, come spesso sostengono esponenti politici e imprenditoriali italiani, bensì gli altri paesi europei che hanno investito pesantemente in passato per decarbonizzare la loro industria e che ora non vogliono gettare a mare quelle risorse per assecondare chi non ha seguito la stessa strada nella speranza di ulteriori rinvii. Non è sorprendente che chi inquina debba pagare di più e che ci siano incentivi orientati a ridurre l’inquinamento. Bisogna poi usare quelle risorse per agevolare la transizione. Rimettere tutto in discussione è come fare un condono. Penalizza chi ha pagato e disincentiva gli altri a pagare in futuro".  

Il prezzo elevato dell’energia resta uno dei principali svantaggi competitivi dell’industria europea. Quali interventi dovrebbe adottare l’Unione: mercato unico dell’energia, acquisti comuni, nuove infrastrutture o una maggiore neutralità tecnologica?

 

"La competenza energetica oggi è nazionale e nessun Paese è disposto a cederla. L’Europa può solo mirare ad evitare distorsioni. Bisogna cominciare a ridurre le dipendenze soprattutto a livello dei singoli paesi. L’Italia è tra i paesi che più dipendono dal gas, per la produzione di elettricità e in genere come fonte energetica, ma che al contempo avrebbe maggior spazio per sviluppare le fonti rinnovabili, che sono invece frenate da procedure burocratiche. Se l’Italia non vuole procedere in questa direzione, come hanno fatto altri paesi, ne deve accettare le conseguenze di pagare di più l’energia". 

In uno scenario caratterizzato da guerre, dazi e shock energetici, le banche centrali dovrebbero tornare a essere più prevedibili oppure l’incertezza impone una maggiore flessibilità nelle decisioni?

 

"È inutile che le banche centrali cerchino di guidare i mercati se i loro annunci devono essere rivisti di frequenza, data l’incertezza della situazione. Altrimenti rischiano di indurre in errore i mercati e alla fine di diventare irrilevanti e poco credibili". 

 

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