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Politica | 27 febbraio 2021, 13:05

Malati e disabili non autosufficienti: vertice con il Prefetto per chiedere a Draghi un cambio di passo sui vaccini (e non solo)

Fondazione Promozione Sociale, Csa e Comitato vittime nelle Rsa pretendono maggiore tutela per le fasce più fragili della popolazione. Api Sanità chiede vaccini obbligatori per gli operatori sanitari

Incontro in prefettura

L'incontro di oggi in Prefettura

Continua a risuonare l'eco dell'appello delle Residenze socio assistenziali, finite nel centro della tempesta quando è esplosa l'emergenza-Covid. In particolare, la Fondazione promozione sociale onlus, animatrice del Comitato vittime nelle Rsa, e il Csa – Coordinamento sanità e assistenza tra i movimenti di base al quale aderiscono venti associazioni e organizzazioni (tutela dei malati cronici non autosufficienti e delle persone con disabilità/autismo con limitata o nulla autonomia) hanno consegnato oggi al Prefetto di Torino le proprie richieste in merito al sistema di presa in carico di malati e persone con disabilità non autosufficienti, anche in relazione alla redazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (cosiddetto Recovery Plan o #Next Generation Eu).

Vaccini subito, ma anche strutture e percorsi ad hoc

In particolare, tra le richieste spiccano la priorità nella somministrazione dei vaccini anti Covid per malati non autosufficienti e loro parenti, l’inserimento nelle azioni di sviluppo dei servizi territoriali delle prestazioni sanitarie domiciliari di lungo termine (LTC), il riconoscimento delle Rsa accreditate come parte integrante della filiera delle strutture sanitarie del Servizio sanitario, una nuova programmazione di ospedali di territorio polifunzionali che non si fermi agli ospedali di comunità e al loro modello di ospedali «a tempo» e l'avvio per le persone con disabilità intellettiva e/o autismo di un percorso innovativo di riconversione delle strutture residenziali e semiresidenziali socio-sanitarie, affinché siano previsti sin d’ora spazi per assicurare percorsi separati all’interno dei locali in caso di infezioni e/o epidemie, in modo da assicurare lo svolgimento regolare delle loro attività a pieno regime, anche in caso di epidemie.

Un dossier per il Governo Draghi

Le organizzazioni hanno chiesto formalmente al Prefetto di inviare al Governo le osservazioni consegnate, nelle quali è sottolineato che la pandemia ancora in corso ha dimostrato che "il sistema di presa in carico dei più deboli fra i malati e le persone con disabilità non risponde alle loro esigenze di tutela della salute e ha subito – specie negli ultimi anni – tagli nel riconoscimento di diritti e delle risorse collegate, non accettabili. Nemmeno risponde alle loro esigenze di relazione – esigenze che sono come e anche più di quelle degli altri cittadini – l’attuale loro confinamento nelle strutture (per motivi di scarico di responsabilità, più che per precauzioni cliniche) oppure a casa (è il caso delle tantissime persone con disabilità lasciate illegittimamente senza le prestazioni dei servizi sanitari e socio-sanitari di cui sono titolari)".

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza - secondo le associazioni che oggi si sono recate in Prefettura - è l’occasione per una inversione di rotta decisiva, a condizione che le risorse ad esso connesse siano orientate all’intervento sul fronte della riforma dei servizi territoriali e residenziali, così come all’istituzione di un sistema di cure domiciliari che non si limiti a sporadici passaggi di medici o infermieri (nell’ordine di qualche ora all’anno), ma costituisca una vera presa in carico sanitaria del malato nel suo contesto di vita. "Oggi – stando alle bozze di Piano che sono circolate e al programma di azioni preannunciato al Parlamento dal Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi – non è così", dicono.

 

"Un debito morale da onorare immediatamente"

"Sosteniamo che oltre ad un obbligo giuridico di fornire le cure adeguate ai malati sancito dalla Costituzione e della legge istitutiva del Servizio sanitario, vi sia un debito morale del Paese nei confronti di quanti sono in tali condizioni, che va onorato subito – ha spiegato Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale – con la previsione di interventi innovativi e radicali che rispondano veramente alle esigenze dei pazienti nella gestione delle cure di lungo termine (LTC) e delle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie erogate nelle strutture residenziali previste dai Livelli essenziali delle prestazioni (Lea)".


Per Vincenzo Bozza, presidente dell’UTIM - Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva "le prestazioni Lea – servizi residenziali, comunità alloggio, centri diurni, cure domiciliari – non possono subire riduzioni. Le famiglie sono allo stremo, per questo abbiamo avviato una causa pilota per la riapertura completa dei Centri diurni: alle istituzioni spetta trovare gli spazi per i servizi, se quelli attuali non sono adeguati e nel frattempo garantire quanto meno le prestazioni domiciliari necessarie".

Api Sanità: vaccini obbligatori per gli operatori sanitari

E sul tema vaccini si schiera anche Api Sanità. La richiesta è quella di “rendere obbligatoria la vaccinazione per gli operatori sanitari che lavorano in determinati reparti, compresi quelli delle Rsa, potrebbe aiutare fortemente la realizzazione della campagna vaccinale e contribuire a contenere la diffusione del contagio tra le fasce fragili della popolazione”. A spiegarlo è Michele Colaci, vicepresidente di Confapi Sanità e componente del Consiglio direttivo di Apisanità Torino. “La Regione Piemonte, come ha già fatto la Puglia, deve rendere obbligatoria la vaccinazione del personale che lavora presso tutte le strutture sanitarie operanti sul territorio (ospedali, cliniche, Rsa, ambulatori) e che ha accesso in reparti, per la tipologia di ospiti che hanno, devono essere più tutelati di altri”.

Se l’obbligo vaccinale non può per ora essere esteso a tutta la popolazione e a tutti i lavoratori - precisa -, è possibile invece che le istituzioni individuino gli ambiti nei quali è possibile l’accesso solo agli operatori che si sono attenuti alle indicazioni del Piano nazionale di prevenzione vaccinale in vigore per i soggetti a rischio per esposizione professionale. E’ evidente che gli ambiti sanitari rientrino in questi casi e che la loro individuazione sia di competenza regionale”.

M.Sci

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